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Edizioni Et., Milano,1988
 
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  Le fornaci romane e postmedievali di Lonato (BS) - Vai alla scheda Fornaci di Lonato (BS)  
       
 
Anno 1988

Le fornaci romane di Lonato


a cura della Soprintendenza Archeologica della Lombardia

 LE FORNACI ROMANE                                                                            

Il sito nel quale sono stati effettuati i recenti rinvenimenti ha la significativa denominazione di "Fornace dei Gorghi" e si trova a sud di Lonato lungo la direttrice per Castiglione delle Stiviere. La zona fa parte della fascia calcarea meridionale del territorio bresciano, che si appoggia sui lati ai laghi di Iseo e Garda e si espande fino al pedemonte con una convessità al centro, verso la pianura, in corrispondenza soprattutto del tratto Brescia-Rezzato. Il complesso, caratterizzato da rocce dolomitiche a nord e calcaree a sud, è costituito da colline detritiche a notevole componente argillosa. Il tipo di argilla presente nell'area sembra in particolare appartenere al gruppo delle argille non fini, ossia formate essenzialmente da minerali delle sabbie, con alta percentuale di miche e scarsa quantità di minerali argillosi. Tali argille, definite "limose", sono prevalentemente sabbiose e, non presentando requisiti di plasticità ottimale, sono poco adatte per la lavorazione ceramica.
Ma sappiamo del resto che nell'ambito di uno stesso deposito argilloso possono essere presenti strati con caratteristiche differenti tra loro, più o meno calcarei o sabbiosi, più o meno ricchi di ossido di ferro o di carbonato di calcio o, in caso di ambienti lacustri, di sostanze organiche provenienti dalla vegetazione palustre.
Le sezioni dello scavo di Lonato presentavano infatti una successione regolare di livelli orizzontali piuttosto spessi, caratterizzati dalla presenza più accentuata di sabbia o di limo. Un esame effettuato su un campione di argilla prelevato dall'area delle fornaci ha definito la sua pertinenza alle "marne calcareo-dolomitiche" e la assenza di relazione con la materia prima usata per la fabbricazione dei laterizi rinvenuti nell'area<3>: ciò mette in discussione il problema della esatta ubicazione della cava, ancora non individuata, alla quale attingevano gli artigiani.
L'area oggetto delle indagini si presentava come un pendio piuttosto morbido, digradante verso sud, con tracce ancora visibili di situazioni di tipo lacustre, facilissima agli impaludamenti nella parte più bassa. È da attribuire a questo dato il fatto che si siano meglio conservate le fornaci ricavate sulle spalle delle colline in confronto a quelle che occupavano il settore pianeggiante ed è pure da attribuire a questo fattore l'abbandono dell'area e delle strutture dopo un periodo d'uso relativamente breve, inquadrabile nell'arco di un secolo o al massimo due.
Lo scavo<4> ha interessato sei fornaci, disposte nell'area senza un particolare ordine nell'orientamento, relativamente a poca distanza le une dalle altre. Non sono state ritrovate strutture funzionali alla decantazione dell'argilla mentre sono stati evidenziati dei vani forse utilizzati in antico per le attività connesse alla cottura dei laterizi, ad esempio l'essiccamento di tegole e mattoni, ed una grande catasta di embrici regolarmente impilati, forse il materiale di scarto che veniva usato come riserva per i frequenti restauri e rifacimenti delle fornaci.
Non si può del resto considerare esaurita l'indagine dell'area; di sicuro l'impianto artigianale si estendeva verso nord. Non è escluso quindi che in futuro nuovi dati possano essere acquisiti a completamento del nostro attuale livello di conoscenza<5>. Fornace A: grande struttura a schema verticale e pianta circolare, tipo I C della classificazione Cuomo di Caprio, con asse in senso nord-sud e imboccatura a sud.
È costituita da un muro circolare di contenimento alla camera di combustione realizzato con tecnica a sacco, in gettate di ciottoli legati da malta, destinato a rimanere interrato. Verso l'interno la struttura era interamente foderata di laterizi, frammenti di tavelloni e di coppi legati da malta e argilla e costituiva la parete della camera di cottura. La rivestiva uno strato di argilla spatolato grossolanamente.
Durante lo scavo la camera di cottura è stata svuotata da un massiccio riempimento, sempre in frammenti di laterizi, costituito probabilmente dal crollo degli alzati. Questo dato ci indica che probabilmente la fornace era provvista di una copertura del tipo semimobile, che veniva cioè parzialmente ripristinata, nella parte sommitale, ad ogni ciclo di cottura.
Il carico e lo scarico del materiale venivano effettuati attraverso un varco posto sul retro della fornace, del quale si è individuata la soglia quadrangolare. Questa era a livello del piano di campagna verso l'esterno, all'interno invece era più alta del piano di cottura e per compiere le operazioni di impilamento o di svuotamento era probabilmente necessario l'uso di una scala.
Il piano di cottura, di m. 6 di diametro, è rivestito uniformemente da uno strato di argilla ed è composto da serie molto regolari di mattoni disposti di taglio, con doppio incavo semìcìrcolare combaciante a costituire i fori della griglia.
Questa poggia su un sistema di doppi archi, spaziati secondo ritmi regolari e raccordati al centro da pilastri. Il primo di questi, che costituisce il sostegno dell'arco di accesso alla camera di combustione, è composto da mattoni e frammenti di coppi legati da argilla.
I corridoi sono rivestiti da uno strato sottile di argilla cruda grossolanamente lisciata e spatolata, con tracce frequenti di vetrificazione. Il pavimento è costituito da un cocciopesto rustico ma compatto con scaglie di laterizi di medie dimensioni allettate in malta tenace; sotto di esso è stata riscontrata una preparazione di frammenti di laterizi e ciottoli, direttamente impostata sul banco argilloso naturale.
Il prospetto della fornace è costituito da un corpo quadrangolare avanzato rispetto al nucleo circolare, interamente in laterizi disposti in liste regolari, e segnava il raccordo con il corridoio del praefurnium, quello dal quale l'artigiano immetteva il combustibile. Nel prospetto sono evidenti il grande arco inferiore di accesso alla camera di combustione ed al di sopra un arco minore, elemento di scarico per il peso della volta.  Fornace B: struttura a schema verticale, a pianta quadrata, tipo II C della classificazione Cuomo di Caprie<6>, con imboccatura a sud, rinvenuta in precario stato di conservazione. Erano leggibili comunque parte del prospetto in laterizi, il doppio corridoio interno con serie di archi, pertinente alla camera di combustione, il piano di cottura costituito da mattoni disposti nel modo consueto, la cornice esterna del piano stesso composta da elementi laterizi di forma semicircolare. Accanto alla fornace, verso ovest, sono stati rinvenuti i muri di fondazione, in ciottoli e laterizi, di un grande edificio costituito da un corpo rettangolare allungato con prolungamenti trasversali verso la fornace. La struttura, che può essere interpretata come uno spazio di servizio funzionale allo svolgimento di altre attività del complesso artigianale, come ad esempio l'essiccamento dei mattoni, ci fornisce l'indicazione precisa della quota del piano di calpestio relativa ai forni. Fornace C: struttura simile alla precedente, con imboccatura ad est. È stato ritrovato parte del praefurnium ed il prospetto, costituito da una struttura aggettante rispetto al nucleo della fornace e composta da serie sovrapposte di embrici e tavelloni. Uno di questi, rinvenuto al margine superiore, presenta lettere latine annotate a carboncino. Il prospetto si appoggia al muro perimetrale esterno della fornace che circondava  la camera di combustione; al bordo una serie di embrici posti di piatto con il margine ripiegato verso l'alto. Risultavano abbastanza leggibili l'arco d'accesso alla camera di combustione, i due corridoi con otto coppie di archi, il piano di cottura costruito secondo i canoni consueti e protetto da uno strato di malta tenera e argilla.
Anche in questo caso è stato possibile individuare la posizione del varco d'accesso alla camera di cottura, fornito di una soglia di argilla pressata.
Nell'area del praefurnium sono stati individuati vari livelli d'uso, collegabili in linea di massima ai successivi cicli di cottura che si sono susseguiti nel tempo e caratterizzati da accumuli più o meno spessi di cenere e frustuli di carbone. 
Immediatamente a sud della fornace C è stata individuata una interessante struttura consistente in una catasta ordinata di embrici impilati in doppia fila. Probabilmente potrebbe trattarsi di scarti di cottura sistemati accanto alla fornace allo scopo di fornire materiale per i restauri e le coperture che dopo ogni ciclo di cottura dovevano rendersi necessari<7>. Le varie lesioni e la scadente qualità della cottura fanno scartare la peraltro suggestiva ipotesi che si possa trattare di materiali ritirati dalla fornace preparati per il trasporto.
Fornace D: struttura orientata nord-sud, con praefurnium a nord, a pianta rettangolare e doppio corridoio a volta. L'assenza completa del piano di cottura lascia dubbi circa la definizione strutturale della fornace.
I muri esterni sono costituiti da liste di mattoni seccati ma non cotti, violentemente arrossati probabilmente per effetto del calore interno. Visibile la soglia di accesso sul retro costituita da embrici sovrapposti; leggibili pure i  muri dei corridoi in mattoni, il rivestimento di argilla vetrificata, il pilastro centrale continuo con l'imposta dell'attacco della volta. Il Pavimento era in argilla rinforzata con malta.
La fornace D, completamente diversa dalle prime tre, molto più rudimentale nella tecnica costruttiva e di dimensioni molto più ridotte, non sembra per ora, forse per lo scadente stato di conservazione in cui è stata rinvenuta, potersi riferire ad alcuna delle categorie già note.
Un piccolo saggio effettuato tra il praefurnium di questa fornace ed il lato meridionale della fornace C ha permesso di riscontrare la presenza di livelli d'uso relativi alla prima struttura decisamente più profondi rispetto alla base della seconda, che sembrerebbe essersi ad essi sovrapposta: ciò potrebbe indurre a pensare che la fornace D fosse una modesta struttura più antica, con ridotte capacità di produzione, soppiantata nel tempo da nuove fornaci più funzionali. Fornace E: struttura a pianta quadrata, con corridoio centrale unico a muretto assiale, tipo II A della classificazione Cuomo di Caprio, orientata est-ovest, con imboccatura a ovest.
Manca completamente il piano di cottura mentre sono visibili l'attacco del praefurnium, del quale sono stati individuati vari livelli d'uso, l'arco d'accesso alla camera di combustione, il pavimento del corridoio in cocciopesto rustico a base di malta e scaglie di laterizi. Lateralmente rispetto al corridoio sono state evìdenziate delle strutture di contenimento, per evitare al massimo la dispersione di calore, costituite da una gettata di mattoni concotti, ammucchiati grossolanamente; interessante la presenza anche qui di mattoni crudi, utilizzati nello zoccolo di base della fornace.
Poco più a ovest, in un'area ancora non scavata, è ben visibile in sezione il fianco orientale di un'altra fornace (F): il tipo e la struttura sembrano del tutto simili a quelli della fornace A, anche se le dimensioni sono notevolmente più ridotte. Le fornaci finora scavate sembrano pertinenti ad un complesso artigianale di notevole importanza, adibito alla produzione esclusiva di laterizi, in particolare embrici, mattoni, tegole, attivo nel I e II sec. d.C.<8> e probabilmente in seguito abbandonato per motivazioni che ci sfuggono, forse un disastro naturale, e mai più riutilizzato. La scelta del sito venne determinata da una serie di motivi comprensibili: la vicinanza a corsi d'acqua e a cave d'argilla, la facilità di approvvigionamento del combustibile, la prossimità ad arterie di grande traffico, per motivi di espansione commerciale.
Non siamo in grado, allo stato attuale delle indagini, di attribuire l'impianto ad un particolare insediamento; certo la sua relativa vicinanza a siti di notevole interesse archeologico e la posizione lungo l'arteria che congiungeva i centri gardesani alla pianura più a sud e precisamente a quel cardine Lonato-Carpenedolo-Acquafredda cui si è già accennato, gli attribuiscono una particolare importanza.
Il complesso doveva impiegare una manodopera di entità non trascurabile e la produzione non era destinata ad un mercato isolato o ristretto, ma copriva probabilmente un ampio raggio del territorio circostante. Per chiarire meglio questo punto sarebbe auspicabile poter effettuare analisi petrografiche e mineralogiche comparate dei laterizi rinvenuti nelle varie località della zona.
Non sono molte le fornaci finora rinvenute in Lombardia: in particolare vanno ricordate quella di Massinigo (Pavia)<9>, a pianta circolare e corridoio centrale (tipo I D della classificazione Cuomo di Caprio), tuttora visitabile; per l'ambito bresciano, quella di Serle (tipo II C) a pianta quadrata e doppio corridoio <10>, attualmente interrata .
Quasi sempre purtroppo tali strutture vengono recuperate in difficili condizioni di leggibilità e raramente le modalità contingenti dello scavo ne consentono l'indagine proiettata in estensione: si spera quindi che il caso di Lonato, una volta completato l'esame del sito, possa risultare come un primo tentativo di analisi di un complesso artigianale nelle relazioni con il suo territorio. 
Filli Rossi 

l  E. ROFFIA, Sirmione, Milano, 1987, pp. 7-11 e G.P. BROGIOLO, Problemi della romanizzazione nella riviera bresciana del Lago di Garda, in Atti dell'Accademia Roveretana degli Agiati, VI, 19, 1979, pp. 171-178.
2  M.A. LEVI, L'età imperiale, in Storia di Brescia, 1963, pp. 185-186.
3 Le analisi sui mattoni e sul campione di argilla sono state effettuate dal prof. Fernando Veniale, del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Pavia. 
4 Lo scavo, di cui sono state date notizie in F. ROSSI, Notiziario della Soprintendenza Archeologica della Lombardia, 1986, pp. 188-190 e F. ROSSI, ibidem 1987, in corso di stampa, è stato eseguito, sotto la direzione di chi scrive,
dalla Cooperativa Archeologica Lombarda con Davide Scarpella, Dario Resinelli, Franco Cherubini, Giorgio Cinelli, Claudio Facchi.
5  Ringrazio la prof.ssa Cuomo di Caprio alla quale devo molte delle informazioni che ho acquisito sulle problematiche legate alle fornaci e che mi ha sempre dimostrato grande cortesia e disponibilità.
6 F. ROSSI, in Notiziario della Soprintendenza Archeologica della Lombardia, 1986, pp. 188-190.
7 Si veda G. GUALANDI GENITO, in AA.VV., Studi sulla città antica. L'Emilia - Romagna, Roma, 1983, pp. 403-404.
8 Una conferma alla datazione proposta in base alle evidenze archeologiche è stata fornita dalle analisi di termoluminescenza ed archeomagnetismo.
9 D. PACE, Fornace romana a Massinigo nella valle della Staffora, in Sibrium, VI, 1961, pp. 93-215; N. CUOMO DI CAPRIO, in Sibrium XI, 1971-72, pp. 423-425; D. CAPORUSSO, in Notiziario della Soprintendenza Archeologica
della Lombardia, 1985, pp. 194-195. 
10  N. CUOMO DI CAPRIO, in Sibrium, XI, 1971-72, pp. 436-438. 
 

REPERTI CERAMICI DALL'AREA DELLE FORNACI                                  

Ammettendo che, riguardo all'interpretazione delle strutture produttive messe in luce durante gli scavi, si debba propendere per il loro utilizzo nella fabbricazione di materiali da costruzione, sia per le dimensioni e la tipologia delle fornaci che per la grande quantità di embrici e mattoni rinvenuti in situ (anche sotto forma di scarti di cottura), non resta che ipotizzare che i pochi frammenti ceramici presenti nei livelli d'uso riferibili alle strutture appartenessero al vasellame adoperato quotidianamente dalle maestranze addette all'impianto artigianale. Un argomento a favore di questa proposta potrebbe essere lo scarso numero di frammenti rinvenuti, in rapporto alla vastità dell'area indagata ed alla notevole concentrazione di fornaci. Ancora più significativa al proposito può risultare, inoltre, l'analisi delle classi ceramiche maggiormente rappresentate: si tratta per lo più di ceramica di uso comune, di impasto grezzo e semidepurato, probabilmente di produzione locale o comunque riferibile ad un mercato piuttosto ristretto.
Pochissime sono le testimonianze di prodotti più "raffinati" (quattro frammenti di ceramica a vernice nera appartenenti a forme aperte non precisamente identificabili, probabilmente coppe; tre frammenti di patere in terra sigillata padana; tre frammenti di ciotoline in ceramica a pareti sottili, di cui due con superfici sabbiate e verniciate), e comunque sempre ascrivibili a "servizi" di utilizzo quotidiano.
Esclusi quattro frammenti di anfore, dei quali tre riferibili ad esemplari di grandi dimensioni (forse del tipo da trasporto) ed un frammento di orlo di piccolo dolio (probabilmente adibito alla conservazione di derrate alimentari), la maggioranza dei reperti ceramici è identificabile con recipienti da fuoco e da mensa. Sono riconoscibili olle di vario tipo e dimensioni (per lo più a labbro estroflesso, gola marcata e corpo globoso o espanso), alle quali è possibile associare coperchi a pareti svasate e presa a disco.
Differiscono da questi ultimi materiali, sia per impasto che per tecnica di lavorazione, due frammenti di ciotole-coperchio ad orlo introflesso ed ingrossato, in argilla semidepurata acroma, confrontabili con una forma di tradizione gallica, solitamente in terra sigillata (i due esemplari di Lonato sono privi di rivestimento, ma presentano superfici molto levigate, quasi lucide) e tipica dell'area padana. Questa forma è collocabile in un arco temporale piuttosto ampio: tra la seconda metà del I e la prima metà del II sec. a.c.
Riguardo alla cronologia dei reperti ceramici, nonostante la difficoltà di stabilire una datazione dall'esame della ceramica comune, che, come è noto, presenta caratteristiche di persistenza dei tipi e di circoscritta diffusione dovute al suo utilizzo prettamente domestico, sembra probabile un inquadramento nella prima età imperiale. In tale periodo, infatti, bene si collocherebbero sia le forme in terra sigillata che le ciotoline in ceramica a pareti sottili. Anche la tìpologìa delle anfore confermerebbe quest'ambito cronologico; i frammenti di ceramica a vernice nera, invece, potrebbero costituire un elemento di residualità.
Brunella Portulano

 

ANALISI DI DATAZIONE DI LATERIZI                                                              

La termoluminescenza

Sono stati datati alcuni mattoni prelevati da due delle fornaci rinvenute nel corso degli scavi. Prima di illustrare i risultati ottenuti, e di fornire alcuni dettagli relativi alle misure effettuate, conviene descrivere almeno a grandi linee quali sono i principi su cui si basano le tecniche utilizzate.
L'applicazione di tecniche di dosimetria termoluminescente in campo archeologico consente la datazione assoluta di materiale ceramìco<1>. Possono essere datati, in via di principio, tutti i materiali costituiti da argilla che ha subito cottura a temperatura maggiore di 500°C.
(ceramiche, laterizi, terre di fusione, focolari,etc.), e dei quali si conosce l'ambiente di ritrovamento e conservazione. Oltre che in campo archeologico, sono possibili applicazioni in campo geologico, in particolare per la datazione di sedimenti oceanici, eolici e glaciali<2>, Il principio su cui si basano queste tecniche di datazione può essere illustrato in maniera assai sintetica. La ceramica, come qualsiasi oggetto, è sottoposta ad un continuo irraggiamento naturale dovuto al suo contenuto di radioattività ed a quello dell'ambiente esterno.
Le radiazioni alfa, beta e gamma che la attraversano cedono ad ogni unità di massa una quantità di energia (dose assorbita) che viene trattenuta nel quarzo ed in altri minerali dalle argille sotto forma di elettroni intrappolati. Con un riscaldamento, questi elettroni vengono liberati e raggiungono il loro livello energetico di equilibrio mediante emissione di luce che viene chiamata termoluminescenza. Misurando la termoluminescenza emessa da una ceramica, si può risalire alla dose da esso assorbita dal momento della cottura. Valutando per altra via la dose ricevuta annualmente dal campione, si giunge alla relazione che fornisce l'età: 
Età (anni) = Dose assorbita/Dose annua.  La preparazione dei campioni a partire dal manufatto ceramico può essere effettuata secondo due metodi che implicano anche due diversi modi di valutazione della dose totale assorbita. Questi due metodi sono chiamati rispettivamente "f'ìne-graìn"<3> ed "ìnclusìon'"<4> In entrambi i casi si ottiene del materiale ceramico o del quarzo da esso estratto, depositato su dischetti di alluminio che vengono poi introdotti in un lettore per la misura della termoluminescenza, grandezza direttamente legata alla dose totale assorbita, che rappresenta il numeratore dell'equazione dell'età.
Misurando le concentrazioni di uranio, torio e potassio della ceramica e del terreno dello scavo, si determina la dose annua, denominatore della relazione citata.
In base a quanto sin qui detto, l'applicazione del metodo parrebbe non avere altre limitazioni che il tipo di materiale: è doveroso invece segnalare che esistono ceramiche non databili per il loro comportamento termoluminescente non regolare o per la presenza di termoluminescenza spuria, di origine ancora non chiara<5>. Va inoltre ricordato che la precisione di una datazione dipende anche dalla conoscenza del contenuto di umidità della ceramica, in quanto l'acqua attenua sensibilmente la radiazione. Ulteriori fonti di errore, sebbene di minore entità, sono legate alla eventuale fuga dal campione del radon, isotopo radioattivo gassoso della famiglia dell'uranio, ed a qualsiasi disequilibrio nelle famiglie radioattive. Tenendo conto di tutti questi fattori, e degli errori sistematici e casuali connessi alle procedure sperimentali, si forniscono di norma età con errori dell'ordine del 5-8%<6>.

Datazioni 

Sono stati effettuati diversi prelievi, alcuni nel 1986 ed altri nel 1987. Tutte le datazioni sono state effettuate con tecnica "fine-graìn", ed i risultati sono riportati in tabella. I mattoni della fornace A hanno mostrato buon comportamento termoluminescente e buona linearità nell'accumulo di termoluminescenza con la dose, consentendo di ottenere una precisione del 6% circa. Nei campioni del secondo prelievo, si sono riscontrate caratteristiche non altrettanto buone e si è ottenuta di conseguenza una precisione inferiore (7% circa).
Il contenuto di acqua dei mattoni varia tra il 18% ed il 20%, mentre quello dei terreni è attorno al 25%. Le concentrazioni di uranio, torio e potassio sono molto simili in tutti i campioni analizzati (4 ppm circa di 238U, 12 ppm di 232Th e meno del 2% di 40K), sono state valutate tramite fotometria a fiamma e misure di attività alfa totale. Il valore della dose dovuta al terreno dello scavo è stato controllato anche tramite misura diretta con contatore Geiger-Muller per dosimetria ambientale.
I risultati concordano nell'indicare una datazione compresa tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C., fornendo come valore più probabile la prima metà del I secolo d.C.
Emanuela Sibilia

 

 l M.J. Aitken (1985): Thermoluminescence dating. Academic Press, New York.
2 G.Y. Morozov (1968): The relative dating of Quaternary Ukrainian sediments by the thermoluminescence method. "8th International Quaternary Association Congress", Paris, p. 167. U.S. Geological Survey Library, Washington, D.C, Cat. No. 208M8280.
3 D.W. Zimmermann (1971): TL dating using fine graìns from pottery. "Archaeometry", 13, pp. 29-52.
4 S.J. Flemìng (1979): TL datìng: refinement of the quartz inclusion method. "Archaeometry", 12, pp. 133-147.
5 M. Martini, E. Sibilia, T. Calderon and F. Di Renzo (1988): Spurious TL in archeological ceramics: a study of affecting factors. "Nuclear Tracks and Radiation Measurements" 14 (1/2), pp. 339-444.
6 M.J. Aitken (1972): The assessment of error limits in thermoluminescent dating. "Archaeometry", 14, pp. 257-267. 
 

 

L'archeomagnetismo                                                                                                           
 

È noto che l'argilla allo stato naturale possiede elementi minerali influenzabili dal campo magnetico locale. Quando questa argilla viene riscaldata, le particelle vengono liberate e tendono ad orientarsi nel senso del nord magnetico locale. Con il raffreddamento, le particelle orientate si bloccano ed il loro orientamento rimane fissato.
Se si conoscono le variazioni del campo magnetico di un determinato luogo (declinazione, inclinazione) in tutti i periodi, è possibile comparare a questa tabella un oggetto in terracotta di cui è stato definito con precisione l'orientamento delle molecole, a condizione comunque che questo oggetto non sia stato spostato dopo la cottura. Questa condizione riduce considerevolmente il campo di applicazione del metodo: in tal senso rappresentano elemento particolarmente affidabile i mattoni tratti dalle strutture fisse delle fornaci. L'indagine archeomagnetìca sui mattoni della fornace A di Lonato, in particolare sono stati considerati quelli inseriti nelle pareti della camera di cottura, è stata effettuata da Ian Hedley del Dipartimento di Mineralogia (Laboratorio di Petrofisica) dell'Università di Ginevra. Le misure effettuate sui campioni prelevati hanno indicato che l'inclinazione magnetica della fornace è compatibile con un contesto cronologico inquadrabile agli inizi del II sec. d.C.: a tale epoca andrebbe quindi fatta risalire l'ultima utilizzazione della struttura.
Ian Hedley, FilliRossi

 

NOTA SUL RESTAURO                                                                                      

La fornace A, pur ritrovata in eccezionale stato di conservazione, presentava sintomi di dissesto statico in facciata e accentuati fenomeni di sgretolamento degli elementi laterizi che la compongono. Il degrado delle murature, favorito dalla spinta delle masse argillose franate sul manufatto, è stato poi aggravato dal repentino mutamento del microclima sofferto da tutta la struttura laterizia, dopo lo scavo.
L'intervento di restauro è stato programmato in funzione di due distinti obiettivi: il rinforzo statico ed il restauro dei materiali costitutivi.
Restauro statico: sono state progettate due strutture in acciaio inossidabile, in grado di assicurare un valido supporto ai settori più compromessi. Gli elementi in acciaio sono stati montati con opportuni accorgimenti, atti a consentire la facile rimozione in caso di eventuali future necessità.
Restauro delle strutture: dopo una pulizia accurata, per asportare polvere, terriccio e altri sedimenti si è proceduto ad una sigillatura con siringa delle microfessure individuate negli elementi del piano di cottura e nei mattoni. Sono state sigillate, con malte epossidiche, le macrofessure presenti tra mattoni e malte e le linee di ruga determinate dal dissesto statico di alcuni elementi strutturali. Sono stati costituiti collegamenti in malta epossidica tra paramenti ed elementi di sostegno in acciaio; infine si è proceduto al consolidamento di mattoni, malte originali ed elementi della griglia, con monocomponente reversibile acril-siliconico.
A completamento dell'intervento è stato applicato su tutta la struttura un protettivo acrilico reversibile.
Alberto Villa

 


 


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