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Rassegna stampa

La Vita Monteclarense

 - La Vita Monteclarense

 
dicembre 1981

Il castello Bonoris: sogno e capriccio d'un conte



Il mese scorso parlando della "piazza Grande" concludevamo osservando che il castello non è più la vigile scolta d'un tempo, che partecipava alla vita del paese e lo difendeva, ma è diventato un signore sempre più appartato, dietro le folte chiome degli alberi che nascondono il suo segreto. Pochi infatti sono quelli che hanno potuto penetrare le mura e visitarlo con agio, sicchè lui e il suo conte solitario sono entrati presto nella leggenda del paese.

Proviamo allora a sollevare un poco il velo del suo mistero, in attesa dell'occasione per dire di più, o meglio ancora in attesa di potervi accedere, forse in qualche giorno dell'anno, magari per visitare un museo o per partecipare a un convegno.

 

Il suo costruttore fu il conte Gaetano Bonorìs, ultimo erede di una ricca casata mantovana, nelle mani del quale erano confluiti tutti i beni degli avi, che egli, in morte, appunto in memoria della famiglia, destinò a soccorso dell'infanzia istituendo la «Fondazione Bonoris», affidata all'amministrazione della Congrega di Carità di Brescia.

Aveva il suo palazzo padronale nel centro di Mantova e teneva una villa residenziale a Montichiari (là dove la Contrada del Castello si salda col Borgo di Sotto) da lui comperata dai nobili Mazzucchelli assieme ai loro beni di Bredazzane. Forse da tempo sognava di avere un castello di suo gusto, ma fu un viaggio a Torino a deciderne l'attuazione. Accanto alla Esposizione Nazionale del 1884, dedicata all'industria, era stata infatti creata una singolare Mostra di Arte Antica, che consisteva nella ricostruzione, nel parco del Valentino, di un piccolo Borgo medioevale (sec. XV) con la propria Rocca, scegliendo allo scopo quanto di più significativo le architetture e l'arte minore piemontese e valdostana potevano offrire.

Il conte Bonoris rimase così affascinato dalla Rocca di Torino, da non riuscire più a liberarsi dalla sua immagine. Iniziò allora gli approcci con il nostro Comune per appropriarsi dei resti della Rocca altomedioevale di Montichiari, e li ottenne, nel 1890, offrendo in compenso 5.600 lire, più le strutture lìgnee del Teatro Arnoldi, smantellato in Mantova, che servirono, denaro e strutture, per la costruzione del nostro Teatro.

Affidò quindi il suo «concetto del castello» a un rinomato architetto di fama nazionale, AntonioTagliaferri, che gli preparò un dettagliatissimo progetto. Da artista di rispetto, il Tagliaferri non sipropose di fare una copia della rocca di Torino, ma di creare un edificio originale, il quale,rispettando la pianta delle antiche fondazioni, si sviluppasse poi secondo i bisogni del conte e i gusti di entrambi. Allo scopo cercò di assecondare le preferenze piemontesi del conte, ma procurando diguadagnarlo all'area lombardo-viscontea e alla propria arte eclettica.

Ma a lavori iniziati sorse, tra committente e progettista, una incresciosa divergenza, poiché il conte voleva itrodurre modifiche che avvicinassero maggiorente l'edificio all'immagine ch'era nella sua mente, e si riservava di introdurne eventualmente altre nel corso dei lavori.

Il prestigio non permise al Tagliaferri di accettare queste condizioni e percio i rapporti furono interrotti e la costruzione del costruzione del castello venne sospesa, essendosi rifiutato di continuarla anche l'ing. Giovanni Tagliaferri nipote e collaboratore di Antonio, per riguardo verso lo zio e per le imbarazzanti richieste del conte.

Allora il conte si orientò ancor più decisamente verso il progetto di Torino, che, essendo già attuato, aveva il vantaggio di visualizzare, in modo concreto ai suoi occhi e a quelli di un nuovo progettista, un castello di suo gusto. Purtroppo questo lo portò anche a disattendere l'impegno assunto di rispettare possibilmente le strutture preesistenti, che vennero perciò quasi interamente distrutte, compresa la antica chiesa di S. Tommaso del sec. XI, sopravvissuta alle distruzioni di tante guerre.

Sappiamo che questi lavori furono diretti dall'architetto Carlo Melchiotti, bresciano, dal dicembre 1895 al febbraio 1900. Ma i dati rimasti (pagamenti per lavori) non autorizzano a pensare che egli sia il progettista, né quanto conosciamo delle opere da lui prodotte ci aiuta a pensarlo in questo ruolo.

Negli anni 1893-94-95 il conte deve certamente essersi messo in contatto con i costruttori della Rocca di Torino, forse con lo stesso famoso Alfredo D'Andrade, che ne fu l'ideatore: comunque con competenti di architettura castellana del Piemonte e Valle d'Aosta, che potevano disporre dei disegni della Rocca del Valentino, ed erano in rapporto con gli artisti che vi avevano operato. Purtroppo ogni desìderabile documentazione in merito è stata bruciata assieme alle carte personali del conte.

Sappiamo tuttavia che, prima di predisporre la struttura del castello, egli si assicurò la collaborazione del pittore Giuseppe Rollini, che dal 1898 al 190l affrescherà gli interni e gli esterni del castello, servendosi dei cartoni che già aveva usato a Torino (datati 1882), riproducenti, in copia, dipinti castellani del sec. XV, in particolare del celebre Jaquerio.

Sappiamo anche che tutti i serramenti e i mobili furono eseguiti da Carlo Alboretti di Torino, tra il 1900 e il 1907, imitando nello stile e nel disegno quelli della Rocca Torinese.

 

* * *

 

Il castello di Montichiari e stato dunque costruito ispirandosi alla Rocca di Torino. Identica ne è la concezione al centro il cortile, analogo a quello del castello di Fenis in Val D'Aosta, con portico, scala, balconate, dipinti; attorno ad esso gli stessi ambienti dei castelli piemontesi e valdostani che furono scelti per la Rocca di Torino. Il castello non è tuttavia una copia stereotipa della rocca medioevale, essendovi stati introdotti notevoli adattamenti:

- innanzitutto per conservare alcune strutture già avviate dal Tagliaferri su fondazioni antiche, come ad esempio il «mastio» che vigila sull'entrata, diverso per posizione e per forma da quello di Torino, e la torre quadrata di mezzodì con la scala di servizio. La torre rotonda, o di disimpegno, è stata invece voluta di proposito sull'esempio di Torino, abbattendo strutture già avviate o in corso di

restauro e riducendo le dimensioni dell'edificio;

- per dare al castello l'agibilità di una dimora gentilizia: disposizione e dimensione degli ambienti, luminosità, presenza dei conforti e dei servizi moderni;

- per impiegare il materiale locale, cioè i sassi del fiume Chiese, disposti in file regolari a spina di pesce, come già aveva pensato il Tagliaferri. Qua e là si nota il ricupero anche di altri particolari del progetto Tagliaferri.

 

* * *

 

Gli ambienti sono distribuiti come segue. Al piano terra il lato nord è occupato dalla «sala delle armi», più confacente a una dimora gentilizìa che non il Camerone per il corpo di guardia di Torino.

Sul lato di mattina insiste la «sala da pranzo», il cui soffitto è imitato dal castello di Strambino presso Ivrea, mentre nel fregio che corre sotto di esso Rollini ha sviluppato il tema dei giullari della osteria di Bussoleno.  Sotto nell'interrato, si trova l'ampia cucina imitata dal castello di Issogne. 

A mezzogiorno «la cappella», pure imitata nelle sue linee allo stesso castello, e sulla cui, parete di fondo il Rollini ha ricopiato dalla sagrestia di Ranverso, presso Saluzzo «la salita di Cristo al Calvario». 

Al primo piano, a nord, la «sala di rappresentanza», ripete nelle dimensioni e nella serie dei personaggi ivi rappresentati, la sala baronale, detta degli Spagnoli, del castello di La Manta, ancora presso Saluzzo. Sulla parete verso l'esterno, invece della fontana della Gioventù, il Rollini ha ritratto scene di caccia.

Segue a mattina la camera reale con il letto a baldacchino e la tapezzeria a fresco, in cui è ripetuta la sigla FERT, caratteristica dell'ordine cavalleresco sabaudo dell'Annunziata. Bisogna tener presente che il Bonoris nel 1890 aveva ospitato nella sua villa di Montichiari, per otto giorni, re Umberto con la Regina e il principe Vittorio Emanuele, ricevendo per le sue benemerenze il titolo di conte. Forse si lusingava di aver ancora ospiti i Reali d'Italia.

Da ultimo a mezzogiorno, la camera dei leoni, così chiamata dalle raffìgurazioni della tapezzeria.

Al secondo piano si trovano le stanze per gli ospiti e il personale di servizio.

Ma oltre le somiglianze più vistose elencate, stupiscono i moltissimi particolari imitati e curati con puntigliosa diligenza, dal ponte levatoio, all'atrio di ingresso, alle merlature, alle finestre.

Concludendo non si può far a meno di associarsi al comune rammarico per la quasi totale cancellazione del passato, lasciando ad ognuno il giudizio sull'attuale edificio. Qualcuno lo troverà disambientato in un area lombarda e di pianura, oppure lo vedrà staccato dall 'abitato circostante, o addirittura «un falso inconcepibile» come è stato giudicato quello di Torino, ma nessuno potrà far a meno di apprezzare l'organica coerenza dell'insieme, la cura che vi è stata dedicata e la dovizia che vi è stata profusa.  Al profano piace così come è.

 

Mons. Angelo Chiarini

 

 

 

 

 

 


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