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Rassegna stampa

La Vita Monteclarense

 - La Vita Monteclarense

 
gennaio 1982

Il castello non è "il castello"



Il bisticcio di parole è provocatorio ed esige un chiarimento.
I nostri antenati con la parola - castello - designavano qualcosa di diverso da quello che noi oggi intendiamo: per essi il - castello - non era il fortilizio edificato, e più volte riedificato, sul promontorio settentrionale del colle di S. Pancrazio, ma il - borgo cinto da mura - che sorgeva a sera sul fianco del colle. Lo ricordava, un tempo, via XXV Aprile, quando ancora si chiamava - via del Castello - nome che le fu dato perché era la via principale del - borgo murato -, ossia del - castello - (da castellum, diminutivo di castrum).
Berengarìo I, eletto re d'Italia allo sfasciarsi dell'impero carolingio, mentre premevano da oriente le invasioni degli Ungheri, consentì che gli abitanti difendessero i loro borghi con cinte murarie, spostandosi magari verso luoghi più sicuri, come appunto fecero quelli di Bedizzole e Lonato, e, verosimilmente quelli di Montichiari.
Borgosotto infatti, dove era avvenuto il primo insediamento romano, era troppo esposto e poco adatto ad apprestamenti di difesa.
Le mura furono man mano rafforzate con torri, fossati, porte fortificate, ponti levatoi, camminatoi dietro le merlature.
Alcuni borghi si limitarono alla recinzione muraria e costruirono dei «ricetti» pronti ad accogliere, nei momenti di pericolo, anche chi abitava all'esterno, come si può vedere a Padenghe e Moniga o a Pozzolengo, Monzambano, Ponti sul Mincio; altri, strategicamente più importanti, provvidero a difendersi anche con una - rocca -, cioè un vero e proprio fortilizio, in posizione elevata o comunque importante, come la rocca scaligera di Sirmione, quella sforzesca di Valeggio e, vicina a noi, quella di Lonato che, per collocazione e struttura, rende bene l'immagine della nostra che non esiste più.
Queste località sono tutte visitabili e possono costituire una meta istruttiva per una gita domenicale.
A Montichiari, purtroppo, tutto è stato distrutto o modificato senza riguardo dopo che le mura del borgo e la rocca avevano perduto, con l'introduzione delle armi da fuoco, la loro efficacia difensiva.
Le distruzioni erano già in corso nel sec. XVII, tanto da provocare, nel 1643, una lettera del capitano veneto di Brescia e l'applicazione di grosse multe ai distruttori e ai consoli che non vigilavano. Ma ben presto distruzioni e modifiche arbitrarie furono riprese, con il reimpiego dei materiali in nuove costruzioni, tra cui la chiesa del Suffragio, iniziata nel 1659.
La cancellazione del passato però non e giunta a tal punto da impedirci di ricomporre l'immagine dell'antico borgo attraverso le vestigia e i documenti superstiti. La cartina che pubblichiamo, anche se incompleta, è il primo frutto del lavoro di ricerca che un gruppo di appassionati sta compiendo.
Anzitutto va precisato che dell'antica rocca, eretta a difesa del borgo, non esiste più nessuna struttura, poiché Bonoris utilizzò solo le fondazioni delle due cinte e distrusse tutto il resto. Fortunatamente abbiamo alcune preziose fotografie delle rovine, che sono ora allo studio.
Ci limitiamo per ora ad evidenziare sulla cartina le mura del - borgo cintato - là dove esse sono ancora visibili, in tutto o in parte, abbiamo tracciato una linea continua, dove sono invece supposte, ma documentate, abbiamo segnato una Linea tratteggiata.
Anzitutto esiste ancora, abbastanza conservata, anche se incorporata in costruzioni posteriori, la «grande muraglia» che recingeva il borgo a mezzogiorno. Essa parte da un moncone di torre della rocca e scende dritta fino a via XXV Aprile, come muro divisorio della casa Tosoni e della forneria Rizzardi. Riprende poco sotto la sua discesa lungo il vicolo Ripido, sostenendo le case che le sono state addossate da nord e mostrando le ferite inferte alla sua piatta omogeneità con le porte e finestre che vi sono state praticate. Misura alla base m. 1,50 di spessore e va gradatamente restringendosi, lasciando intravvedere ancora, in alto, sopra 10 metri, le merlature con feritoie. Nell'ultimo tratto i molti sassi fanno capire come doveva essere tutta la muraglia senza intonaco.
Essa si conchìudeva in fondo con una torre quadrata, all'angolo di casa Uggeri e quindi piegava verso nord, divisa in tre segmenti, intervallati da due torri, di cui una, parzialmente visibile, sostiene la casa Tedoldi: l'altra, documentata, detta del Portello, era all'imbocco della scalinata che scende da via Pasinetti a via Guerzoni.
In questi segmenti il muro è stato conservato per quel tanto che serve a reggere i terrapieni su cui corre via Antiche Mura.
All 'angolo nord siamo riusciti a fotografare un tratto del camminamento, con i suoi caratteristici archetti: esso correva sull'alto del muro, dietro la merlatura ghibellina, prima che fosse assorbito nei restauri della casa che sta dietro il Suffragio, venduta recentemente dal Comune al sig. Bellandi.
Nella medesima sono stati ricuperati due frammenti di affreschi, ora nell'atrio del Comune, i quali ci fanno ritenere che la casa (A) servisse come dimora dei Vicario, durante la dominazione veneta.
Il muro piegava quindi verso mattina, seguendo il ciglio della strada che fiancheggia a nord la chiesa del Suffragio. Sorpassata via XXV Aprile, tenendosi sui lato sud della falegnameria Comini, raggiungeva la prima cinta della rocca e quindi la seconda, inerpicandosi, con linea spezzata, fino all'attuale piccola torre rotonda del castello Bonoris.
Tre porte fortificate regolavano l'accesso al borgo: due alle estremità di via del Castello, esattamente dove si trovano ora le fornerie. Di quella rivolta verso la piazza si conserva ancora, di fronte alla forneria Bertoni, la venerata effigie della Madonna.
Fuori di quella a sud iniziava via Belvedere, così chiamata perché, non esistendo le case attuali verso sera, costituiva una lunga balconata fino all'inizio di Borgosotto, da cui si poteva godere una splendida visione del Chiese, della campagna e dei tramonti. La terza porta era situata pressapoco tra il teatro e casa Bellandi: sorpassato il ponte levatoio la strada scendeva dritta e ripida verso via Guerzoni, l'antica via dei Mulini. Esisteva inoltre, verso sera, un portello d'emergenza allo stacco del Vicolo del Portello (ora via Pasinetti) .
Il borgo, oltre che dalle mura, che a mezzogiorno erano altissime non essendovi altre difese, era protetto a sera e a nord da ampie fosse di cui stanno precisando il tracciato. Si pensa che, nonostante i dislivelli, contenessero acqua, come risulterebbe dall'esistenza di norme per la pesca e l'espurgo della melma. Ma non necessariamente le fosse dovevano contenere acqua: anche asciutte costituivano sempre una difesa, perché impedivano di avvicinarsi alle mura con macchina da guerra, raddoppiavano con i terrapieni l'altezza dell'ostacolo murario, rendevano il nemico più esposto e più imbarazzato nei suoi movimenti.
A mattina la rocca era di difficile accesso per l'accentuata ripidità dei fianchi del colle, ora poco rilevabile, perché vi sono stati ricavati il cortile delle scuole e il viale Matteotti. Alla Pieve di S. Pancrazio si saliva da via dei Cappuccini o dai vicoli di Borgosotto.
Non va poi dimenticato che a mattina esisteva la fossa grande che prende nome da Barnabò Visconti (1319-1385), ma è a lui anteriore. Questa, principiando sopra Lonato, scendeva fin oltre Asola e costituiva un grande vallo di protezione contro le invasioni dall'Oriente.
Il tratto da Lonato a Montichiari, dove si poteva avere un'idea dell'ampiezza e della profondità, e stato definitivamente interrato in questi ultimi 10 anni, come lo era gia stato da tempo in prossimità del paese, fino ad accogliere sul terrapieno numerose abitazioni. Tra Montichiari e Carpenedolo sono ancora ravvisabili alcuni spezzoni al ponte dell'Arzaga e S. Giorgio. Da Carpenedolo in là, la fossa è ancora attivata grazie all'acqua dei fontanili.
Si noti che fino al 1500 inoltrato non esistevano a fianco della fossa le attuali strade per Lonato con lo scopo della fossa ch'era quello di tenere lontano il nemico.
Alle due località si accedeva per strade, dette «via dì Salò» e «via di Asola» ora declassate a strade di campagna.
All'interno del «borgo» erano situati gli edifici più importanti per la vita della comunità di Montichiari, come la casa del Vicario (A), la casa del Comune (B), la Cancelleria (C), i Monti del grano e del miglio, le «caneve» del vino. Tutti luoghi in corso di identificazione.
 
* * *
 
Sarebbe interessante se la pubblica Amministrazione, che dispone oggi di tanta strada per ricordare date memorabili e personaggi illustri, restituisse alle vie dell'antico borgo il loro nome originario e ponesse delle indicazioni sui luoghi più significativi che stiamo identificando, quasi a ricostruire, almeno idealmente, il borgo ormai distrutto per sempre. Molti, specialmente i giovani, si domanderebbero allora il perché di certi nomi, e si sentirebbero invitati a rievocare brani della nostra storia.
Un popolo che cancella i segni del suo passato finisce col dimenticare le radici della sua cultura e della sua vita.
 
Don Angelo Chiarini
 
 

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